IL COMMERCIALISTA VENETO
PROFESSIONE
NUMERO 168 - NOVEMBRE / DICEMBRE 2005
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L'organizzazione
degli studi commerciali
MICHELE D'AGNOLO
Ordine di Trieste
SEGUE A PAGINA 20
Stato dell'arte e prospettive evolutive
NEL MIO NON PIÙ RECENTE INTERVENTO al Congresso Nazionale del-
l'Unione Giovani dottori commercialisti di Trieste dell'ottobre del 1998 af-
fermavo che a fronte dei cambiamenti in corso negli scenari giuridici, eco-
nomici e sociali la principale necessità per la nostra professione era quella
di riorganizzarsi per affrontare in modo efficace ed efficiente le nuove sfide.
Sono passati sette anni e, purtroppo, non molto è stato fatto per diffondere
la cultura organizzativa all'interno degli studi commerciali. Anche gli sforzi
fatti, purtroppo, hanno destato scarsissima attenzione e ancor più modeste
reazioni.
Sono a tutt'oggi un'esigua minoranza gli studi che hanno abbracciato
metodologie moderne di organizzazione, di gestione e controllo delle risor-
se. Gli altri si sono lasciati cuocere nel brodo di fedra, degli studi di settore,
degli invii telematici, della valanga montante di circolari e di adempimenti.
Oggi questi colleghi si stupiscono e si stiz-
ziscono se la Direzione Regionale delle En-
trate viene a controllare il modo in cui lavo-
rano, in qualità di intermediari fiscali o se
presto dovranno organizzare i file dei colle-
gi sindacali in modo da consentirne la verifi-
ca da parte di appositi organismi.
Alla profonda crisi economica e al pessimi-
smo che attanaglia il paese, fortemente ali-
mentato dai media, i dottori commercialisti
hanno apparentemente risposto tagliando i
costi
1
. Anche se le esigenze dei clienti sono
ormai da anni profondamente mutate e se il
quadro normativo e di riferimento è stato
rivoluzionato dalle riforme fiscali, societaria
e della professione, mediamente gli studi
commerciali italiani non hanno messo in cam-
po nessun miglioramento della qualità della
prestazione, nessun miglioramento
organizzativo, nessuna innovazione di pro-
dotto, nemmeno un modesto restyling al bilancio per incontrare le necessi-
tà indotte da Basilea 2. In questo appiattimento siamo aiutati dalle case di
software, che sono pronte a soddisfare ogni nostra nuova esigenza solo
quando fa loro comodo, cioè quando ormai tutti sono costretti a comprarla.
Ricordo le lotte senza quartiere, anni fa, e i costi, affrontati per tentare di far
partire un sistema di analisi di bilanci. Oggi che è disponibile a poco prezzo,
non mi dà nessun vantaggio competitivo averlo. Teniamo presente che ad
oggi, nell'epoca dell'economia della conoscenza, nessun software integra-
to di studio incorpora soddisfacenti moduli di gestione organizzativa e di
controllo strategico.
La maggior parte dei colleghi continua pensando che le prestazioni obbli-
gatorie di cui oggi viviamo e che ci rendono di fatto dei "dipendenti pubbli-
ci", dureranno in eterno. Nel momento in cui verrà completamente
catastalizzato il reddito, quanti clienti ci chiederanno la contabilità e la
dichiarazione? Ma anche su questo servizio esistono precisi standard da
rispettare. Girando le aziende mi accorgo che non pochi colleghi purtroppo
discutono col cliente della congruità agli studi di settore soltanto al matti-
no del 31 ottobre dell'anno di invio della dichiarazione. Come faremo a
rispettare i 60 giorni quando i controlli dell'Agenzia delle Entrate saranno
sull'anno in corso? Ci siamo rassegnati a diventare (pessimi) sportellisti
del Ministero delle Finanze, ma il Ministero, un giorno, potrebbe non avere
più bisogno di noi. Altri bisogni sono invece da tempo sorti e sorgono in
continuazione, ma non siamo noi a soddisfarli. A ben vedere il problema
principale del sistema paese è proprio questo: nessuno si preoccupa più
degli altri e dei loro bisogni, e la società e l'economia necessariamente si
disgregano. Mi riferisco in particolare ai bisogni organizzativi delle piccole
e medie imprese italiane, per la prima volta anche loro a contatto con la vera
concorrenza di mercato e al di fuori di una logica di svalutazione della
moneta che aveva permesso di vendere produzioni qualsivoglia sotto il
volenteroso ma disordinato governo del "paron".
È un vero peccato aver perso l'occasione di aziendalizzare la professione e
di professionalizzare le aziende. Oggi la fiscalità tende a diventare un dato
mentre le economie si fanno all'interno dell'azienda, principalmente ascol-
tando il cliente - interno ed esterno - e le sue esigenze. Almeno in network
dobbiamo avere colleghi esperti di queste materie che ci possano dare una
mano a tenere i nostri clienti soddisfatti. Inoltre, nessuno di noi ha riflettu-
to abbastanza sulla funzione che una libera professione deve assumere
nell'ambito dell'economia della conoscen-
za. È mia opinione che la funzione di una
professione nell'economia della conoscen-
za è quella di diffondere il sapere a tutti i
soggetti che ne possono fare uso, elevan-
do il livello culturale medio della società in
senso lato. Recentemente, un sondaggio de
Il Sole 24 Ore ha messo in evidenza che la
scolarità media dell'imprenditore è rappre-
sentata dal diploma di scuola superiore.
Questo significa che abbiamo ancora molto
da apprendere e da dare senza rimanere pri-
vi di argomenti. La nostra professione, trat-
tando di economia, è la più esposta ai mec-
canismi di rinnovamento. In questo senso
l'Albo Unico rappresenta il primo ordine
professionale dell'economia della cono-
scenza, privo di esclusive e carico di oneri
che dovremo imparare, come categoria e
come singoli, anziché viverli come una
menomazione- , a rivendere alla clientela e alla collettività come un plus.
L'Albo unico ci toglie le residue esclusive, ma ci regala una nuova preroga-
tiva che proprio in funzione della sua novità, salvo rare eccezioni, ancora
non ci meritiamo: l'iscrizione all'albo ci garantisce competenza tecnica in
materia di economia aziendale. Eppure all'esame di Stato non ce l'hanno
chiesta. Nelle proposte di formazione continua non c'è. Per non parlare poi
della confusione che regna nei nostri studi, che imporrebbe in primis
un'autovaccinazione "a la Pasteur".
La professione economico-giuridica era l'unica che avrebbe potuto avere
un ruolo attivo di cambiamento nei confronti del sistema Paese. Come negli
anni settanta la professione ha consentito al Paese di applicare la riforma
fiscale del 73, così nell'incedere dell'economia della conoscenza il ruolo del
dottore commercialista avrebbe dovuto essere quello di riorganizzarsi pri-
ma, per contribuire a riorganizzare il sistema economico e produttivo italia-
no poi. E invece no. Solo una cinquantina di studi professionali in Italia su
molte migliaia sono certificati ISO 9000. Anche se non ne esiste una conta-
precisa, sono soltanto pochi di più quelli che lavorano con un sistema di
timesheet per la rilevazione del tempo di commessa. Nessuno cura i proces-
si di selezione, inserimento, formazione, percorsi di carriera del personale e
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Il Sole 24 Ore, lunedì 31 ottobre 2005, pag. 3